Luci spente

Ogni volta che si torna ad Amatrice sembra che poco o nulla sia cambiato. Si ha la sensazione (e chissà che non sia invece una tragica realtà) che i riflettori che contano si siano quasi del tutto spenti sulle zone terremotate del’Italia centrale. Come al termine di un qualsiasi spettacolo teatrale, si chiude il sipario e si spengono le luci che illuminavano, durante le rappresentazione, il palco.

Le macerie, drammatica testimonianza di una quotidianità bruscamente interrotta nottetempo in un modo tragicamente violento, sono ancora lì: certo, non tutte, ma a distanza di quasi tre anni ci si poteva aspettare qualcosa in più.

Corso Umberto I, quella che una volta era la strada principale di Amatrice, ora è ritornato percorribile ma, dietro i pannelli che lo delimitano, ci sono ancora montagne di macerie di palazzi che una volta facevano da cornice al passeggio lungo quella bellissima via. Ed è così per tutto il paese dove fanno anche bella mostra di sé palazzi destinati irrimediabilmente all’abbattimento e che invece, a mala pena, altro non possono fare che attendere le ruspe che, però, chissà quando mai interverranno.

Ed anche (ma non solo) nella vicina Accumoli il tempo sembra essersi fermato a quella notte dell’estate del 2016 e lì, se possibile, la macchina della ricostruzione è ancor più ferma.

La gente di lassù è testarda e sta facendo il possibile per non abbandonare le proprie terre di origine: finché anche loro non alzeranno le mani in segno di resa e resteranno nei loro paesi e nelle loro frazioni, noi (per quanto può essere utile) ci saremo e mai spegneremo i nostri riflettori.

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