Le tappe che hanno scandito l’ascesa di Renzi al potere sono note: ha avuto l’intuito di agitare la “Rottamazione” di una dirigenza politica incapace di agire il cambiamento necessario al paese e invocato dai cittadini, immaginando di poterla rimuovere e sostituire con la sua generazione; si è reso conto che, per realizzare i suoi propositi, avrebbe dovuto scalare il Partito Democratico e conquistarne il comando vincendo le primarie; arrivato alla segreteria del PD, ha liquidato il governo Letta (Letta stai sereno) punzecchiandolo sulla lentezza del suo agire e ottenendo presto la sua resa; ha operato per accedere alla Presidenza del Consiglio, in tempo utile per poter debuttare da protagonista sulla scena europea e mondiale cogliendo l’occasione offertagli, dal semestre di presidenza dell’Unione Europea; ha dato vita ad un governo di giovani con forte presenza femminile, renziani doc e non renziani presto convertitisi, tutti pronti a difendere l’accordo sottoscritto, e mai chiaramente esplicitato in tutti i sui risvolti, con Berlusconi che, come è noto, non ha mai fatto mistero di essere un suo estimatore; ha saputo cogliere l’occasione delle elezioni europee per capitalizzare, con una campagna elettorale massmediaticamente efficace nel propagandare il suo governo del “fare” (riforma del Senato e 80 euro), incassando un consenso sostanzioso che lo ha consolidato nel suo ruolo di Capo del Governo. Un percorso ricco di successi che gli hanno permesso di avere la forza sufficiente per chiedere al parlamento, di porre all’ordine del giorno dei lavori le sue priorità.
Forte della maggioranza conquistata nel PD con le primarie, si è impegnato per far digerire al partito, non senza contrasti, le sue proposte di modifica dell’assetto istituzionale e costituzionale dello Stato contenenti vistose venature verticistiche evocando il dogma della governabilità.
È riuscito ad imporre, praticando un decisionismo incalzante e non disdegnando l’uso della frusta nei confronti di chi ha osato dissentire, le sue scelte classificando pretestuose ed intrise di conservatorismo le loro argomentazioni, definendo gufi coloro che giudicavano velleitari i suoi proclami, dicendo spavaldamente e con scherno, a coloro che non hanno inteso rinunciare ad esprimere il dissenso: “ce ne faremo una ragione”; ha presentato quelle scelte quale risultato di decisioni assunte dal partito “democraticamente” in riunioni della direzione che le ha deliberate a maggioranza, di assemblee dei gruppi parlamentari che le hanno ratificate, sempre a maggioranza e che lo hanno autorizzato a chiedere ai parlamentari di votarle con disciplina. Un iter solo apparentemente democratico e che lo sarebbe effettivamente se il PD fosse un partito modellato e funzionante aderendo a quanto contenuto nell’articolo 49 della Carta costituzionale ma, come è noto, non risulta tale. Purtroppo il PD e più o meno tutti gli altri partiti italiani sono diventati, ormai da tempo, organismi impalpabili che somigliano sempre più a comitati elettorali comandati da ristrette oligarchie che ruotano attorno ad un capo da portare in trionfo.
È questo l’humus dal quale è germogliato il disegno riformatore proposto dal governo Renzi ed era inevitabile che incontrasse non poche contrarietà sia nel parlamento che nel paese. Una contrarietà cresciuta sul convincimento che quell’insieme di proposte, rappresenta un condensato di potenziali pericoli di rinsecchimento della democrazia e l’innesco di un processo teso a favorire la concentrazione di sempre maggiori poteri nelle mani dell’esecutivo e di chi è chiamato a presiederlo.
Renzi e la sua maggioranza paiono non curarsi delle dimensioni di quel dissenso e ritengono di poter procedere a testa bassa per la loro strada. Sembrano non consapevoli, ma è anche possibile che lo siano, dei danni che possono arrecarsi alla democrazia, indipendentemente dalle reali intenzioni dei proponenti, togliendo o cambiando singoli pezzi di una costruzione statuale senza riorganizzare il tutto in un organico quadro d’insieme. Avere fretta di concludere, su materie tanto delicate, non è una buona idea. Si potrebbero commettere errori che intaccano le fondamenta del sistema o lasciare aperti dei varchi nei quali potrebbero insinuarsi quanti, attuali o futuri governanti, intendessero rottamare, insieme a ciò che deve essere cambiato, la democrazia nella sua interezza.
Sappiamo che la democrazia è un sistema non immune da difetti e che è giusto correggerne le storture ma, se si vuole apportare modifiche che ne migliorino la efficienza, si deve tendere a consolidare e non erodere i pilastri portanti che ne sostanziano l’essenza a cominciare dal garantire, il potere partecipativo dei cittadini alle scelte attraverso i suoi rappresentanti e la valorizzazione del confronto con tutte le istanze organizzate presenti nella società. È condivisibile sostenere che la partecipazione ed il confronto non possono diventare espedienti per ritardare o impedire le decisioni ma, di converso, la fretta di decidere non può diventare l’alibi utilizzato per limitare la partecipazione o strozzare il confronto.
Le regole devono contemperare armoniosamente le giuste esigenze del decidere con quelle del partecipare ma, è proprio sulle regole che una democrazia deve saper anteporre alla fretta di concludere, la opportunità di prendersi il tempo necessario per riflettere e sviluppare l’utile confronto dialettico per comporre il massimo di unità possibile. Si dovrebbe convenire nel ritenere che il tempo impiegato, per decidere su questioni di rilievo costituzionale e regolamentanti il sistema, è un prezzo che si deve essere disposti a pagare per salvaguardare la tenuta della democrazia. È vero, come qualcuno ha detto, che la democrazia può morire anche per troppa democrazia ma, è certo che essa potrà vivere più a lungo se le regole che si è date sono largamente condivise e rispettate da tutti.
Ciò detto nessuno si spinge a dire che l’attuale maggioranza ed il capo del governo vogliono, con quelle riforme, istituire un regime dispotico ma, se alle riflessioni critiche sollevate da parti sostanziose del parlamento, comprese componenti della maggioranza, e condivise da tanti italiani si risponde con scherno, s’induce a pensare che il dispotismo sia latente e che le preoccupazioni per il futuro del sistema democratico non siano del tutto infondate.
Il cosiddetto “italicum”, che si vorrebbe approvare in tutta fretta, è il grimaldello del quale vorrebbe poter disporre il governo per imporre al parlamento la sua marcia. Con esso si farebbe aleggiare, nelle aule parlamentari, lo spauracchio delle elezioni anticipate che si ritiene possa piegare anche gli oppositori più riottosi ma, possiamo anche immaginare che il PD di Renzi insista tanto nel volerlo approvare per potersene giovare nell’eventualità che possa aprirsi una crisi di governo che porti, fatte salve le prerogative del Capo dello Stato, ad elezioni anticipate. Uno scenario non del tutto aleatorio che il PD, consapevole di trovarsi in condizioni di vantaggio stante l’attuale stato del sistema politico italiano, potrebbe anche essere indotto a favorire pensando alle elezioni, regolate dall’italicum, quale scorciatoia per conseguire l’ennesima vittoria che gli assicurerebbe una maggioranza solida in parlamento pronta a reinsediarlo al potere, a garantirgli la stabilità necessaria ed a spianargli la strada per raggiungere i suoi obbiettivi.
Se l’approvazione dell’italicum, è la svolta attesa dal governo per incassare il complesso delle riforme volute, lo ha fatto capire Renzi in direzione respingendo con energia le opposizioni, è del tutto evidente che riuscire a fermare l’approvazione di quella legge elettorale è la condizione per riaprire un confronto costruttivo per trovare, sull’intero pacchetto, nuovi punti d’intesa che assicurino cambiamenti armonici in un sistema democratico rispettoso degli equilibri di potere tra le diverse istituzioni dello stato e dei valori contenuti nella Costituzione. Ritardare l’approvazione di quella legge non significa ricacciare indietro l’importante carica innovativa espressa dal renzismo, così decisiva per rimuovere le pigrizie di quanti hanno paura del nuovo che s’impone ma, darsi una occasione per riannodare i fili di un dialogo interrotto, nell’interesse di tutti.
Fermare la fretta che ha Renzi di incassare quella sua legge elettorale che origina dal patto del Nazareno è tutt’altro che facile, e lo è ancor meno per le componenti del PD che sono in dissenso con le decisioni del partito ma, è del tutto evidente che, quanti sperano di riaprire il confronto per trovare un nuovo componimento utile per il paese ma, anche per il PD, guardano proprio a loro nella speranza che ricerchino l’accordo per tentare una prova di forza votando compatti contro quel grimaldello convinti che, indipendentemente dal risultato, che evidentemente si vorrebbe favorevole, potrebbe comunque rappresentare l’inizio, per contenere l’intransigente decisionismo renziano e l’eventuale dilagare della sua foga rottamatrice.
È necessario che il Parlamento avverta il peso della responsabilità che grava sul suo operare e tenga conto che l’italicum, non essendo la priorità per milioni di cittadini alle prese con ben altri problemi che attengono alle loro condizioni di vita ed a quelle delle loro famiglie, è un provvedimento non urgente se è vero che si vuole evitare di interrompere la legislatura fino alla sua scadenza naturale del 2018.
In realtà sarebbe utile fermarne l’approvazione per impedire che rappresenti la posa della prima pietra sulla quale il governo vorrebbe, prima o dopo eventuali elezioni anticipate, erigere la costruzione del nuovo assetto politico istituzionale e costituzionale quale emergerebbe dall’insieme delle sue riforme. Una costruzione, e che metterebbe l’Italia nelle mani di ristrette oligarchie offrendo, a chi avrà l’occasione di conquistare il potere di governarlo, di poterlo esercitare senza troppi condizionamenti e “fastidiosi” controlli.