Tanti applausi delle studentesse e degli studenti dell’Istituto Carlo Jucci tributati a Paolo Crepet, in occasione di un incontro pomeridiano dedicato alla scuola reatina prima del suo evento “Il reato di pensare” in scena ieri (martedì 31 marzo) al Flavio Vespasiano. Accompagnati dai loro professori, gli studenti hanno partecipato liberamente e, preparati sul tema della libertà, hanno posto domande al noto psichiatra, sociologo e saggista. L’incontro, di una crescente intensità emotiva e mirato a far crescere più consapevolezza e spirito critico nei giovani, è stato pensato e proposto dalla Dirigente Scolastica Prof.ssa Paola Testa che, pur assente per motivi di salute (ha presentato in sua vece la Prof.ssa Elisabetta Occhiodoro), ha voluto cogliere l’opportunità a Rieti del monologo teatrale di un professionista che si occupa di educazione, rapporti genitori-figli, amore, generazioni e fragilità emotive.
La frase di Paolo Crepet “essere liberi costa, non esserlo costa ancora di più” coglie il nocciolo dell’enigma in tema libertà, scelte e conseguenze. Per i giovani soprattutto la libertà si configura come maturità (quest’anno l’esame di stato è rinominato esame di maturità), distacco dal nido domestico (l’università o il mondo del lavoro), la patente (ma non sempre, non rientra più nelle loro immediate priorità), il viaggio. Nel corso dell’incontro è risultato che la libertà non è una condizione gratuita o priva di conseguenze: richiede coraggio, responsabilità e capacità di assumersi rischi. Tuttavia, rinunciare alla libertà personale di pensare in modo autonomo e non fare scelte rimettendosi alle aspettative altrui, talvolta per paura, conformismo o dipendenza dal giudizio degli altri (anche della famiglia), può costare un prezzo psicologico che si paga nel tempo futuro, in termini di frustrazione, rimpianto, insoddisfazione e, nei casi estremi, depressione.
Stimolato dalle domande argomentate dei ragazzi, Crepet ha scosso il teatro con parole chiare che arrivavano dritte al cuore, con una conversazione decostruita e diretta. I giovani hanno bisogno di essere visti, hanno necessità di avere quei “no” che aiutano a crescere, ha detto. L’amore genitoriale per loro non deve essere confuso con una dimensione di pianificazione e di sicurezza che alla fine ingabbia. Ogni scelta autonoma, fatta soprattutto in gioventù, rafforza invece l’autostima e la consapevolezza di sé, delle proprie potenzialità ma anche dei propri limiti nella realtà. Così gli sbagli possono essere delle occasioni di approfondimento e di scarto. Esattamente come sono le vite dei personaggi della grande letteratura che si studia a scuola, spesso citata nelle domande come un appiglio. La narrativa e la poesia, ma anche la storia e la filosofia, agiscono come uno specchio e un archivio esemplare delle esperienze umane, avvicinando i giovani alla complessità della vita, delle relazioni e dei destini. E così capire meglio cosa siano la passione, il libero arbitrio, la scelta di mettere a tacere il cellulare uscendo dai conformismi, aiuta i ragazzi a riappropriarsi della dimensione umana e della propria viva esperienza. Crepet ha incitato i giovani a liberarsi, a essere più creativi, più capaci di fare, immaginando per sé stessi alternative alla realtà abituale che gli adulti prospettano loro con tante garanzie. Solo così – ha spiegato Crepet con tanti esempi concreti – quel giovane, pur soffrendo, alla fine è più felice di un altro che ha consumato una giovinezza pianificata e senza conquiste proprie. Certamente la libertà inizia davvero con l’autonomia economica, ma senza una lucida consapevolezza di sé in relazione con gli altri e nell’evoluzione potenziale di ciascuno nel suo “farsi da sé”, la libertà non può esprimersi appieno. Non c’è tecnologia o solitudine prescelta e anestetizzante che garantisca felicità e libertà. L’incontro è stato una grande lezione per tutti, anche di speranza: affinché gli adulti non smettano di imparare ricordandosi di essere stati giovani e di aver cercato la loro libertà anche per tentativi. E che essere buoni genitori non significa aumentare l’iperprotezione a scuola e nella vita, perché siamo tutti unici anche nello sbagliare. Per questo la giovinezza è un’età sperimentale. Ines Millesimi




