Un incontro fortuito, apparentemente come molti altri nella vita, ma stavolta il caso c’ha voluto mettere quell’alone di romanticità che ti avvolge e accarezza, come a una mamma con il proprio figlio. Un incontro che ha segnato i protagonisti della storia che vi andiamo a raccontare, così come il caso segnò gli stessi protagonisti ormai dieci anni fa. Era la notte del terribile sisma 2016, quello che strappò alla vita ben 299 anime. Mentre ad Amatrice c’erano macerie ovunque, corpi inermi sotto le case crollate, odore di gas, urla, soccorsi provenienti da tutto il Centro Italia, c’era chi era riuscito in qualche modo a salvarsi e a dirigersi al nosocomio reatino, chiedendo aiuto e cure. I protagonisti della storia sono una famiglia di Roma, ma che aveva i nonni paterni ad Amatrice (Massimo Capriotti, Federica Capriotti, Annamaria Lombardo), e la giornalista reatina Sabrina Vecchi attualmente a Il Messaggero: “Subito dopo la scossa del 24 agosto 2016, quando ci rendemmo conto dell’epicentro e delle zone colpite, il mio lavoro di giornalista mi portò all’ospedale San Camillo de Lellis dove sono restata per due giorni, in maniera praticamente consecutiva, prima di recarmi ad Amatrice la mattina del 26 agosto – commenta la collega a Rietinvetrina – vista la grande emergenza, un ospedale piccolo come il nostro era quasi al collasso, arrivavano le ambulanze di continuo dai luoghi del sisma, ricordo che erano finite le barelle, le aste per le flebo. Ricordo il grandissimo lavoro degli operatori, non solo sanitari. Tornarono dalle ferie medici, infermieri, impiegati, elettricisti, alla fine diventarono anche troppi. I feriti arrivavano anche con macchine proprie, spesso guidando scalzi o seminudi, con macchine ammaccate dai crolli: a bordo avevano qualche parente o amico, l’animale domestico, i beni più cari riusciti a prendere nella concitazione. Erano tutti sotto choc, coperti di polvere”.
Ed è in quel caos di dolore, misto a sangue e paura, che un fiore riesce a nascere, nonostante tutto, proprio come fa la Rosa del Deserto: “I pazienti non gravi che erano stati sottoposti ad una prima medicazione venivano messi in attesa fuori, nel parcheggio del Pronto Soccorso, magari in attesa che facesse effetto la flebo. Erano soli, impauriti, doloranti, non avevano il telefono, non sapevano se i parenti erano morti, se si erano salvati e in quale ospedale erano stati portati. Quella grande paura portava le persone a gridare, a non sottoporsi alle cure, c’era panico generale. I pochissimi giornalisti che c’erano, eravamo forse tre inclusa io, perché tutti gli altri erano nelle zone colpite, si occuparono di stare vicini a queste persone, di far loro compagnia nel parcheggio, supportandoli nelle prime necessità, come una telefonata, o più di ogni altra cosa con il dialogo, una voce amica, una carezza. Il signor Massimo, ma in realtà ho saputo solo dieci anni dopo come si chiamasse, era in canottiera, sotto choc – prosegue Sabrina Vecchi – era stato medicato alla testa, aveva una grossa fasciatura, più escoriazioni in varie parti del corpo. Era coperto di polvere, di ghiaia, ed era solo. Non si lamentava, era fermo sulla sedia, gridava solamente il nome ‘Fabiana’, ogni tanto: si era reso conto che la madre era morta accanto a lui, ma sperava nella salvezza della figlia tredicenne. Siamo stati a parlare per ore, gli ho prestato il mio telefono per chiamare qualche parente di cui ricordasse il numero, ma nessuno rispondeva. Ricordo che ci tenevamo per mano, che cercavo di tranquillizzarlo, che gli pulivo il viso dalla polvere, gli porgevo l’acqua. Lo hanno riportato dentro il Pronto Soccorso per medicarlo ancora e poi non l’ho più visto, per dieci anni. Ma ci pensavo spesso a quel signore, avevo il viso rotondo stampato in testa”.
Quel nome, Fabiana, purtroppo, risuona ancora tra le macerie di Amatrice. Quella giovane vita, purtroppo, non c’è più, ma in quel fortissimo dolore si è creata una insenatura, fatta di ricordi, condivisione, empatia, filo rosso che sa unire nonostante le distanze. Una famiglia ed una giornalista legati per dieci anni da quel filo invisibile formato dalle emozioni impresse nella mente e nel cuore, anche se per 3.650 giorni quegli occhi non si sono più visti. Fino al 24 agosto 2026, decennale della commemorazione delle vittime del terremoto che scosse il Centro Italia. In piazza Sagnotti un fortuito incontro che ha saputo chiudere un cerchio. La giornalista, Sabrina, che si gira improvvisamente ed il suo sguardo che si impiglia in quello di Massimo. Si avvicina, con delicatezza, prende fiato e chiede: “Sei l’uomo del Pronto Soccorso di Rieti? Dieci anni fa, subito dopo la scossa…”. Di fronte a lei una persona sorpresa, poi ricolma di gioia e gratitudine. Gli occhi lucidi, la voce che si fa debole: “Siamo stati sorpresi e al tempo stesso ricolmi di felicità – commenta a Rietinvetrina Annamaria Lombardo con il marito Massimo – chi se lo aspettava quell’incontro, chi poteva pensare di rivederci? Ogni anni siamo tornati ad Amatrice a ricordare i nostri morti, ed ogni anno lì c’era anche Sabrina, ma non ci siamo mai visti, fino ad oggi, proprio nel decennale. In quel momento di sofferenza tornata a galla, rivederla è stata una gioia, è stata quella boa quando stai annegando in mezzo all’Oceano, non finiremo mai di ringraziarla per l’aiuto e la vicinanza presentate a mio marito”.
Forte l’emozione anche per Sabrina: “L’ho rivisto lunedì, era seduto in piazza Sagnotti con la moglie e la figlia. È stata una grande emozione. Avevo letto nella lista delle vittime una ragazza di nome Fabiana, ma ho sperato per dieci anni che non fosse la figlia”.
La famiglia Capriotti, in quell’ormai lontano 24 agosto 2016 ha perso una figlia, Fabiana. oggi è lei il faro da seguire per coltivare l’amore nelle giornate oscurate dal buio. Una storia che mette in evidenza come il saper essere vera comunità, in momenti di dolore, possa lasciare qualcosa di buono, qualcosa che possa far dare un senso anche a quello che un senso non ce l’ha.









