Le parole accorate del Vescovo di Rieti a dieci anni dal sisma squarciano il velo di una narrazione rassicurante e danno voce a ciò che denunciamo da tempo insieme ai cittadini: la ricostruzione è ancora troppo lenta e il senso di abbandono e disillusione nelle comunità colpite è ormai al livello di guardia. Quando il Vescovo parla di rabbia, sfiducia nelle istituzioni e della sensazione di essere stati abbandonati, pone una questione che la politica non può liquidare con l’elenco dei finanziamenti stanziati o dei cantieri aperti. Da rappresentanti istituzionali ma prima ancora da cittadini di questo territorio, non possiamo accettare che le nostre aree interne continuino a spopolarsi nell’attesa di cantieri infiniti, scuole, servizi essenziali e promesse mai mantenute. Le passerelle e i proclami trionfalistici che puntualmente accompagnano le ricorrenze non bastano più di fronte a paesi che rischiano la desertificazione.
I numeri ufficiali registrano i progressi compiuti, ma raccontano anche quanto resti ancora da fare: a quasi dieci anni dal sisma, nella provincia di Rieti solo il 62% delle richieste di contributo per la ricostruzione privata risulta approvato. È anche in questa distanza tra il tempo trascorso e il lavoro ancora da completare che si comprendono la stanchezza e la disillusione delle comunità.
Lo abbiamo già detto nelle scorse settimane: alla ricostruzione materiale deve necessariamente accompagnarsi quella economica e sociale. Invece abbiamo assistito alla fine della Zona Franca Urbana, ai ritardi sull’ospedale di Amatrice, all’esclusione del territorio dalla Zona Economica Speciale e a un progressivo impoverimento delle opportunità per chi sceglie di rimanere nelle aree interne. Ricostruire le case senza creare le condizioni per abitarle, lavorare, crescere i propri figli e accedere ai servizi significa rischiare di ricostruire paesi bellissimi ma vuoti. Non è un tema nuovo. Già Giovanni Legnini, quando era Commissario straordinario alla ricostruzione, aveva indicato con chiarezza la necessità di tenere insieme ricostruzione materiale, sviluppo economico e contrasto allo spopolamento. E nel marzo 2022, proprio visitando Amatrice e Accumoli, affermava che questi territori non potevano “restare indietro rispetto al resto del cratere” e che non si poteva “più perdere altro tempo”. Quattro anni dopo e a dieci anni dal sisma, quelle parole ci ricordano quanto la sfida sia ancora aperta.
E c’è anche un’altra ricostruzione di cui si parla troppo poco. Non esistono soltanto territori feriti. Esistono persone ferite. Famiglie che dieci anni fa hanno perso figli, genitori, fratelli e sorelle e che non possono essere ricordate soltanto nelle cerimonie del 24 agosto. Per questo continuiamo a sostenere con forza la battaglia che Mario Sanna, padre di Filippo, porta avanti da anni per l’istituzione di un fondo nazionale destinato ai familiari delle vittime del sisma e delle calamità. Una richiesta alla quale il PD ha dato negli anni sostegno anche attraverso iniziative parlamentari e che ancora attende una risposta definitiva. Non si tratta di attribuire un prezzo a una vita, cosa evidentemente impossibile, ma di riconoscere che la riparazione non può riguardare soltanto gli edifici, le strade e le infrastrutture. Uno Stato che investe miliardi per ricostruire ciò che il terremoto ha distrutto deve sapere prendersi cura anche di chi da quella notte porta con sé una ferita che nessun cantiere potrà cancellare L’appello del Vescovo è un richiamo morale e civile che inchioda chi governa alle proprie responsabilità. Dieci anni sono un tempo sufficiente per distinguere gli annunci dai risultati. Il tempo degli alibi è scaduto: raccogliamo questa denuncia per continuare a dare voce a chi non si rassegna, pretendendo tempi certi, trasparenza , servizi, politiche contro lo spopolamento e un impegno concreto che restituisca finalmente dignità, lavoro e futuro ad Amatrice, Accumoli e all’intero Reatino. Ricostruire significa ricostruire le case. Ma significa soprattutto ricostruire comunità e vite. A dieci anni dal sisma, nessuno può essere lasciato indietro. Così nella nota il PD Rieti



