Pdl 35,26%, Partito Democratico 26,13%, Lega Nord 10,22%, Italia dei Valori 7,98%, Udc 6,52%, Rifondazione Comunista 3,38%, Sel 3,11%. Sono passati cinque anni ma basta leggere questi dati per capire che, tra le elezioni europee del 2009 e quelle del prossimo 25 maggio, è trascorsa un’era geologica. Almeno dal punto di vista sociale, economico e politico, in Italia e non solo.
Cinque anni di crisi finanziaria globale, in cui si sono sovrapposti dal 2011 altri anni di crisi “italiana” con parole come spread entrate di prepotenza nel vocabolario di tutti, anche della famosa “casalinga di Voghera”. Cinque anni fa c’erano partiti che oggi non esistono più, come quel Pdl – all’epoca primo partito su scala nazionale – che per un lasso di tempo era stato indicato come la via moderna del centrodestra italiano e che invece recentemente è naufragato senza troppi rimpianti dei fondatori. Ci sono poi partiti ridotti ormai a percentuali da testimonianza o quasi, vedi l’Idv di Di Pietro e forse l’Udc di Casini, costretta ad allearsi con il neonato Ncd di Alfano per superare lo sbarramento del 4%. E ancora, movimenti come Rifondazione e Sel che insieme prendevano più del 6% e che oggi, tutti riuniti nella “lista Tzipras”, rischiano comunque di rimanere sotto lo sbarramento (dati fonte Demopolis per L’Espresso del 17 aprile scorso). C’è poi il Pd, criticato, scosso da divisioni e correnti, affossato da vittorie che sembravano scontate e poi sfuggite clamorosamente di mano come quella di Bersani, che riesce però a rigenerarsi e grazie al premier Matteo Renzi viaggia verso cifre che, cinque anni fa, erano invece del Pdl.
Infine, c’è qualcosa che nel 2009 non c’era: il M5S. La creatura di Grillo e Casaleggio si è inserita nello schema bipolare italiano degli ultimi decenni e rappresenta ad oggi, stando sempre ai sondaggi, il secondo partito in quello che molti indicano come il nuovo bipolarismo, quello Renzi-Grillo sull’analisi del quale editorialisti, politologi, sociologi e mass-mediologi si stanno esercitando ormai da settimane.
La sfida europea sarà dunque interessante per una moltitudine di motivi: per capire dove stanno andando gli italiani ma anche gli altri Paesi, per vedere quanto avrà fatto breccia lo slogan anti-euro tanto in voga ultimamente – forse senza pensare davvero a cosa potrebbe accadere dopo in un ipotetico futuro senza moneta unica – per analizzare i risultati dei “vecchi” e quelli dei “nuovi”. Le elezioni del 25 maggio ci diranno soprattutto se in futuro c’è davvero la speranza che qualcosa migliori nelle vite di tutti noi.
Perché ormai è chiaro a chiunque, tranne a chi non voglia ammetterlo per puro preconcetto, che tutto ciò che si decide a Bruxelles – e a Francoforte – determina effetti profondi sulle vite di ognuno. E in quest’ottica, a proposito di spread, gli ultimi anni ne sono stati la prova provata. Infine, per soddisfare l’immancabile vena provinciale, come ogni turno elettorale sarà interessante analizzare anche i risultati di “casa nostra”, dalla città alla provincia, dove cinque anni fa stravinse con oltre il 40% il Pdl, seguito a distanza di quasi 20 punti dal Pd, con i due partiti della sinistra che insieme quasi arrivavano al 10% e l’Idv e l’Udc da soli intorno al 6%.
Non è certo necessario essere auguri o aruspici 2.0 per poter dire fin d’ora che anche a Rieti, ad urne chiuse, rispetto a cinque anni fa sembrerà passata un’era geologica. O quasi.