L’improvvisazione estemporanea in versi è una pratica antichissima, che continua a vivere oggi soprattutto nelle aree rurali e agro-pastorali dell’Italia centrale, nell’Abruzzo e nel Lazio. Nell’ambito delle attività di Rieti e L’Aquila 2026 capitali della cultura, la Fondazione Flavio Vespasiano organizza un’iniziativa che porta alla ribalta nazionale questa tradizione. A Roma, il 13 giugno, una giornata dedicata al “Canto a braccio” si articolerà in un convegno presso la Sala Squarzina del Teatro Argentina e in uno spettacolo dal vivo presso il Teatro di Villa Torlonia dove si esibiranno alcuni tra i più significativi esponenti dell’arte dell’improvvisazione poetica, con particolare riferimento al territorio laziale e toscano. Alle abituali attività la Fondazione Flavio Vespasiano aggiunge un nuovo progetto, incentrato su un aspetto del cosiddetto Patrimonio immateriale dell’Umanità. Non solo musica, quindi (il Belcanto, fulcro dell’attività della Fondazione, ha ottenuto qualche anno fa il riconoscimento da parte dell’UNESCO) ma il verso poetico così come si esprime nella tradizione del “canto a braccio”. La poesia a braccio è una tradizione che ha origini antichissime e che si è espressa in pregevoli forme auliche, a partire dai vati e dai veggenti dell’antichità che predicevano il futuro in ritmi spontanei, traducendosi poi, a partire dal XIV secolo, nella capacità di creare versi all’impronta. Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento questo genere godette di grande popolarità quando, nel clima di un’estetica preromantica, si affermò la tendenza a celebrare quale vera e autentica poesia ogni forma di improvvisazione estemporanea, organizzando accademie che diventavano vere e proprie sfide tra improvvisatori. Una pratica la cui funzione sociale era quella di svolgere una funzione di mediazione tra cultura aulica e cultura popolare.
Proprio con una connotazione più popolare la poesia a braccio continua a vivere oggi soprattutto nelle aree rurali e agro-pastorali dell’Italia centrale, nella Toscana, nell’Abruzzo e nel Lazio. Da qui l’interesse della Fondazione a creare un focus nel quadro degli eventi destinati a celebrare nel 2026 Rieti e L’Aquila come capitali della cultura italiana. Un evento dedicato quindi a questa antica pratica poetica, in zone in cui l’improvvisazione in rima si è mantenuta viva in tante feste e fiere paesane, coniugando antica tradizione rurale e spiccata sensibilità moderna fino a diventare parte integrante della specifica identità di questo territorio. Il progetto si articolerà in uno spettacolo dal vivo che si terrà a Roma al Teatro di Villa Torlonia, sabato 13 giugno 2026 alle ore 18 dove si esibiranno alcuni tra i più significativi esponenti dell’arte dell’improvvisazione poetica con particolare riferimento al territorio reatino e abruzzese (Giampiero Giamogante, Alessio Runci, Stefano Prati, Emilio Meliani, Marco Betti, Letizia Papi, Paolo Santini).
Completerà la manifestazione il Convegno di studi intitolato Storia e prospettive della tradizione del canto a braccio che si terrà lo stesso giorno alle ore 10 presso la Sala Squarzina del Teatro Argentina in collaborazione con l’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale del Ministero della Cultura. Nel simposio, oltre a ripercorrere la storia di questa tradizione poetica, se ne evidenzieranno le prospettive nella nostra società attuale e la sua capacità di resilienza in un mondo dove la parola sembra cedere sempre più spazio alla mera immagine. Presiederà il Convegno Leandro Ventura, Direttore dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale del Ministero della Cultura e si succederanno gli interventi dei relatori Marco D’Aureli, Alessandro Portelli, Omerita Ranalli, Stefania Baldinotti. L’iniziativa viene realizzata dalla Fondazione Flavio Vespasiano nell’ottica della valorizzazione di forme di cultura a cui spesso viene riservato uno spazio minore all’interno della programmazione artistica delle istituzioni e del mondo accademico, anche per via dell’intangibilità di tale patrimonio culturale. È inoltre una dimostrazione di come, anche in un’epoca digitale e computerizzata come la nostra, la forza icastica della parola improvvisata conservi intatta la sua capacità di incidere nelle coscienze e di farsi specchio di una intera comunità.




