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martedì 1 Settembre 2026
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Vincenzo Ricci (presidente Italcaccia Lazio): “Cinghiali, il paradosso della Regione: si chiedono più abbattimenti, ma si rischia di avere meno squadre”

“Tra obiettivi di contenimento, emergenza Peste Suina Africana e una burocrazia che non si semplifica: la gestione del cinghiale continua a scontare ritardi, vincoli e procedure che rischiano di ostacolare proprio chi dovrebbe contribuire a risolvere il problema. C’è un paradosso nella gestione del cinghiale nel Lazio che, stagione dopo stagione, diventa sempre più difficile da spiegare. La Regione chiede di aumentare gli abbattimenti. Chiede di contenere la popolazione della specie. Chiede di ridurre i danni all’agricoltura. Chiede maggiore collaborazione agli operatori e considera il contenimento del cinghiale uno degli strumenti della strategia di prevenzione e contrasto alla Peste Suina Africana. Ma, contemporaneamente, il sistema attraverso il quale queste attività devono essere organizzate continua a essere appesantito da procedure, requisiti, adempimenti e vincoli che rendono tutto più complicato di quanto dovrebbe essere. La domanda, allora, è inevitabile: se l’obiettivo è aumentare gli abbattimenti, perché non si mettono gli operatori nelle condizioni di farlo nel modo più semplice, rapido ed efficace possibile?

Il problema non sono le regole. Sono quelle che non servono. Sia chiaro: nessuno chiede una gestione senza regole. Sicurezza, tracciabilità degli animali abbattuti, controlli sanitari, rispetto della normativa nazionale ed europea e corretta gestione faunistica sono elementi imprescindibili. Ma una cosa è garantire i controlli necessari un’altra è costruire intorno a un’attività, già complessa, un sistema di procedure ridondanti, passaggi ripetitivi e adempimenti che, in alcuni casi, potrebbero essere eliminati o accorpati. La differenza non è marginale. Una pubblica amministrazione efficiente non è quella che produce più moduli, più autorizzazioni e più passaggi burocratici. È quella che riesce a garantire gli stessi controlli utilizzando procedure più semplici, più rapide e più comprensibili. E nel caso del cinghiale questa esigenza dovrebbe essere ancora più evidente perché qui non stiamo parlando di un problema teorico, stiamo parlando di danni alle colture, sicurezza, gestione faunistica, emergenze sanitarie e necessità di intervenire tempestivamente sul territorio.

Ogni stagione si ricomincia da capo / Il problema non riguarda soltanto le regole, ma anche i tempi. La stagione venatoria non è un evento imprevedibile. La Regione sa con largo anticipo quando inizierà e dovrebbe essere in grado di programmare per tempo disciplinari, procedure e adempimenti. Eppure, anche negli ultimi anni, le disposizioni relative alla caccia al cinghiale sono arrivate spesso a ridosso dell’inizio della stagione. Il risultato è facilmente intuibile: meno tempo per organizzare le squadre, meno tempo per gli ATC, meno tempo per gli uffici e, soprattutto, maggiore difficoltà per chi deve trasformare le norme in attività concreta sul territorio.

Non è una questione di principio / È una questione di efficienza. Se si sa da mesi che una stagione sta per iniziare, perché arrivare sempre all’ultimo momento? Perché gli uffici sono sotto organico costringendo i pochi (a cui va comunque riconosciuta grande disponibilità e professionalità) ad estenuanti tour de force? La richiesta di semplificazione non nasce oggi. Ed è qui che la vicenda assume un significato ancora più preciso. Sono anni che il sottoscritto chiede formalmente una semplificazione delle norme che regolano la caccia al cinghiale nel Lazio. Non è una protesta dell’ultima ora, non è una contestazione legata esclusivamente all’ultimo disciplinare. Da anni viene chiesto di ridurre gli adempimenti non indispensabili, rendere più snelle le procedure per le squadre, eliminare passaggi burocratici inutili e costruire un sistema più adeguato alle esigenze reali del territorio.

Ma il problema continua a ripresentarsi / Cambiano le disposizioni, cambiano alcuni adempimenti, cambiano le modalità operative. Quello che non cambia abbastanza è la complessità del sistema. E nel frattempo l’emergenza cresce. A rendere la situazione ancora più paradossale sono le informazioni che stanno emergendo in vista della stagione venatoria 2026/2027. Dalle informazioni raccolte presso gli ATC risulta che, in alcuni ambiti, una quota molto consistente delle squadre, in alcuni casi prossima alla metà,  rischierebbe di non riuscire a completare l’iscrizione a causa del mancato rispetto di determinati requisiti e vincoli previsti dalla disciplina. Naturalmente, saranno i dati definitivi delle iscrizioni a stabilire l’effettiva dimensione del fenomeno. Ma se queste informazioni fossero confermate, ci troveremmo davanti a una situazione che meriterebbe una riflessione immediata. Perché mentre da una parte si chiede di aumentare la capacità di contenimento del cinghiale, dall’altra si rischia di ridurre il numero delle squadre che possono concretamente operare. È questo il punto sul quale la Regione dovrebbe fermarsi a riflettere. Una regola deve produrre un risultato. Non tutte le regole hanno lo stesso peso. Un requisito che garantisce sicurezza, controllo sanitario o tracciabilità è evidentemente necessario. Ma cosa accade quando un vincolo produce principalmente l’effetto di escludere squadre dal sistema senza determinare un reale miglioramento dell’efficacia degli abbattimenti?  La domanda non dovrebbe essere considerata provocatoria. Dovrebbe essere considerata doverosa. Questo requisito serve davvero a gestire meglio il cinghiale oppure rischia semplicemente di ridurre il numero degli operatori disponibili?

Perché se la seconda ipotesi fosse confermata, allora sarebbe necessario intervenire. Non per eliminare le regole, ma per renderle coerenti con l’obiettivo che la Regione stessa si è data. C’è poi un altro aspetto che merita attenzione. momento? Perché gli uffici sono sotto organico costringendo i pochi (a cui va comunque riconosciuta grande disponibilità e professionalità) ad estenuanti tour de force? La richiesta di semplificazione non nasce oggi. Ed è qui che la vicenda assume un significato ancora più preciso. Sono anni che il sottoscritto chiede formalmente una semplificazione delle norme che regolano la caccia al cinghiale nel Lazio. Non è una protesta dell’ultima ora, non è una contestazione legata esclusivamente all’ultimo disciplinare. Da anni viene chiesto di ridurre gli adempimenti non indispensabili, rendere più snelle le procedure per le squadre, eliminare passaggi burocratici inutili e costruire un sistema più adeguato alle esigenze reali del territorio.

Ma il problema continua a ripresentarsi / Cambiano le disposizioni, cambiano alcuni adempimenti, cambiano le modalità operative. Quello che non cambia abbastanza è la complessità del sistema. E nel frattempo l’emergenza cresce. A rendere la situazione ancora più paradossale sono le informazioni che stanno emergendo in vista della stagione venatoria 2026/2027. Dalle informazioni raccolte presso gli ATC risulta che, in alcuni ambiti, una quota molto consistente delle squadre, in alcuni casi prossima alla metà, rischierebbe di non riuscire a completare l’iscrizione a causa del mancato rispetto di determinati requisiti e vincoli previsti dalla disciplina. Naturalmente, saranno i dati definitivi delle iscrizioni a stabilire l’effettiva dimensione del fenomeno. Ma se queste informazioni fossero confermate, ci troveremmo davanti a una situazione che meriterebbe una riflessione immediata. Perché mentre da una parte si chiede di aumentare la capacità di contenimento del cinghiale, dall’altra si rischia di ridurre il numero delle squadre che possono concretamente operare. È questo il punto sul quale la Regione dovrebbe fermarsi a riflettere. Una regola deve produrre un risultato. Non tutte le regole hanno lo stesso peso. Un requisito che garantisce sicurezza, controllo sanitario o tracciabilità è evidentemente necessario. Ma cosa accade quando un vincolo produce principalmente l’effetto di escludere squadre dal sistema senza determinare un reale miglioramento dell’efficacia degli abbattimenti? La domanda non dovrebbe essere considerata provocatoria. Dovrebbe essere considerata doverosa. Questo requisito serve davvero a gestire meglio il cinghiale oppure rischia semplicemente di ridurre il numero degli operatori disponibili? Perché se la seconda ipotesi fosse confermata, allora sarebbe necessario intervenire. Non per eliminare le regole, ma per renderle coerenti con l’obiettivo che la Regione stessa si è data. C’è poi un altro aspetto che merita attenzione. Il rispetto delle regole deve essere garantito, ma sarebbe opportuno distinguere tra inadempienze sostanziali e irregolarità formali. Una violazione che mette in discussione la sicurezza o la corretta gestione faunistica è una cosa, un adempimento amministrativo non perfezionato, ma facilmente regolarizzabile e privo di conseguenze sulla sicurezza o sull’attività di contenimento, è un’altra. Mettere tutto sullo stesso piano rischia di produrre un risultato contrario a quello che si vuole ottenere. E cioè meno squadre operative, meno capacità di intervento e maggiore difficoltà nel raggiungere gli obiettivi di abbattimento. Chi chiede meno burocrazia non sta chiedendo scorciatoie. Sta chiedendo che il sistema funzioni. Chi opera sul territorio conosce le difficoltà concrete della gestione del cinghiale, conosce i tempi, le procedure, i problemi organizzativi e le conseguenze che determinate scelte amministrative possono produrre. Ascoltare queste persone non dovrebbe essere considerato un favore, dovrebbe essere normale amministrazione. Perché la gestione del cinghiale non si fa soltanto negli uffici regionali, si fa nei boschi, nelle campagne, nelle aree agricole, nei territori dove la presenza della specie provoca danni e dove la necessità di intervenire non può aspettare i tempi della burocrazia.

Se servono più abbattimenti, servono più efficienza e meno ostacoli / Il cortocircuito, a questo punto, è evidente. La Regione chiede più abbattimenti. Chiede di contenere i danni all’agricoltura. Chiede maggiore collaborazione. Chiede agli ATC di essere più efficienti. Chiede agli operatori di contribuire maggiormente al controllo della specie. Ma se contemporaneamente le procedure diventano un ostacolo all’attività delle squadre, qualcosa non torna. Non si può chiedere agli operatori di fare di più e, allo stesso tempo, rendere più difficile il loro lavoro. È una contraddizione che va risolta. E va risolta prima dell’inizio della stagione, non dopo. Per il 2026 sembrava finalmente profilarsi una novità importante: la possibilità che il disciplinare potesse avere una validità fino a tre stagioni venatorie e che diventasse regolamento. Resta una speranza, sarebbe un passo nella direzione giusta. Perché la stabilità delle regole significa anche possibilità di programmare. Significa dare certezze alle squadre, agli ATC e agli uffici. Significa evitare di dover ridiscutere ogni anno gli stessi problemi a ridosso dell’apertura della stagione. Ma non può bastare. La stabilità normativa dovrebbe essere soltanto il primo tassello di un processo più ampio di semplificazione. La domanda, oggi, è una sola: Dopo anni di richieste, non è più sufficiente dire che “bisogna semplificare”.

La semplificazione deve diventare concreta. La Regione dovrebbe verificare quali adempimenti siano realmente indispensabili, quali possano essere eliminati e quali semplicemente accorpati. Dovrebbe verificare l’effetto concreto dei requisiti sulle squadre e chiedersi se ogni vincolo contribuisca realmente all’obiettivo del contenimento. E dovrebbe farlo ascoltando chi opera sul territorio. Perché la domanda, alla fine, è molto semplice: se nel Lazio c’è bisogno di aumentare gli abbattimenti, perché rischiare di averemeno squadre operative? Se servono più interventi, bisogna mettere gli operatori nelle condizioni di intervenire. Se bisogna ridurre i danni all’agricoltura, bisogna velocizzare le procedure. Se bisogna rafforzare la prevenzione della Peste Suina Africana, bisogna eliminare tutto ciò che rallenta inutilmente la capacità di risposta. E se l’obiettivo è una pubblica amministrazione più efficiente, la semplificazione non può essere sempre rinviata alla prossima stagione. Perché il cinghiale non aspetta la burocrazia. E nemmeno i problemi che la sua presenza sta creando sul territorio”. Così nella nota Vincenzo Ricci, presidente Regionale Italcaccia

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