LA RUBRICA DI ANGELITA – Le donne ed il lavoro, una sfida continua

Inizia oggi su Rietinvetrina.it, sabato 14 novembre 2020, la “Rubrica di Angelita”, in collaborazione con il Centro Antiviolenza Angelita di Rieti, nella quale ogni quindici giorni affronteremo i temi legati alla violenza di genere e su minori.

Un’iniziativa che nasce dalla volontà di tenere alta l’attenzione su questi delicati argomenti e dalla necessità di sensibilizzare la cittadinanza tutta, dai bimbi agli adulti, per un futuro migliore.

Di seguito il primo articolo della “Rubrica di Angelita”, a firma di Federica Festuccia (nella foto):

“Nella società odierna, a causa dei numerosissimi pregiudizi, essere donna non è facile, ma ancor più complicato è far sì che il mondo del lavoro ci accolga degnamente, riservandoci gli stessi diritti e doveri riconosciuti ai lavoratori uomini.

Essere donna e lavoratrice allo stesso tempo sembra essere quasi impossibile o comunque molto complicato poiché, ancora oggi, i profili di genere femminile sono incapaci di vivere le stesse condizioni dei profili maschili nel mondo professionale.

Discriminate nel salario, nell’accesso alle posizioni di vertice, le donne sono da sempre oggetto di quello che il sociologo Pierre Bordieu ha definito il “dominio maschile”. Il rapporto che lega le donne al mondo del lavoro è stato continuamente oggetto di studi e statistiche. Recentemente, l’Osservatorio statistico del lavoro ha pubblicato un dossier sull’occupazione femminile dal titolo “Donne al lavoro: o inattive o part-time”, evidenziando come l’incremento di contratti part-time abbia colpito in misura maggiore le donne, soprattutto quelle con figli, tenute anche a dover stipulare contratti part-time involontari pur di mantenere una posizione lavorativa.

Nel 2017, difatti, ha lavorato part-time il 40% delle donne con figli in età compresa tra i 25 ed i 49 anni, mentre la percentuale non supera il 10% se guardiamo agli uomini; nel 2018 le dimissioni delle neomamme sono aumentate del 25% e l’Istat rivela che circa 5 milioni di donne non diventano madri perché non possono permettersi di perdere il lavoro o di passare ad un contratto part-time.

Questi numeri sono così esplicativi che non hanno bisogno di ulteriori spiegazioni per comprendere la situazione di inferiorità vissuta dalla donna che lavora. La causa principale di questa situazione sembra risiedere principalmente nella carenza di welfare per l’infanzia: le donne madri hanno contratti più sconvenienti, che coprono in misura minore le spese per i contributi e che, dunque, assicurano meno garanzie e, non potendo chiedere aiuti allo Stato, le donne sono costrette a fare da sé.

Le donne soffrono disuguaglianze anche in merito alla retribuzione. Infatti, in Italia, il 36% delle lavoratrici assunte nel 2017 percepisce una retribuzione inferiore ad €.
780, mentre si attesta sul 29% la percentuale di uomini assunti col medesimo trattamento economico. Purtroppo, l’Italia non è l’unica in Europa a compiere disparità di trattamento tra donne e uomini in ambito lavorativo, come dimostra il dossier redatto dall’Oxfam, intitolato “Raising their voices against precariousness: women’s experience of in-work poverty in Europe”, che ha evidenziato le difficoltà e gli svantaggi che le donne incontrano sul lavoro, ricoprendo anche cariche di bassa qualifica.

Nel nostro Paese l’impianto normativo esistente stabilisce una sostanziale parità giuridica relativamente alle regole di accesso al lavoro e allo svolgimento dello stesso, in un’ottica di progressiva eliminazione delle discriminazioni fondate sul genere, a partire dall’uguaglianza retributiva stabilita dai CCNL di settore, oltre che universalmente tutelata dagli artt. 2099 c.c. e 36 Cost.

Le norme di diritto positivo vigenti appaiono orientate verso l’obiettivo dell’abbattimento delle diseguaglianze, ma esse, da sole, non sono sufficienti a garantire una concreta ed effettiva situazione di pari opportunità e di pari trattamento.

A tal fine, quindi, sarebbe necessario abbandonare anzitutto gli stereotipi culturali, purtroppo ben radicati, che incidono sull’atteggiamento adottato nei confronti del lavoro femminile. E’ fuori dubbio che un incessante “lavoro culturale” si collochi alla base di un indispensabile cambiamento per depotenziare e combattere questo modo di pensare e di vivere.

Occorre compiere delle azioni di sensibilizzazione partendo proprio dalla scuola, incoraggiando sempre più donne ad intraprendere studi in materie scientifiche, a completare la loro formazione culturale, ad ottenere il lavoro che sognano di fare fin da bambine, senza dover addossare loro la colpa di essere lavoratrici oltrechè madri, nei casi in cui abbiano figli, valorizzando le loro capacità e competenze professionali.

La strada percorsa è stata lunga ed importante, ma i passi ancora da compiere necessitano di ulteriori sforzi da muovere congiuntamente. E’ infatti indispensabile che, nell’ambito di una collettività, si lavori congiuntamente per realizzare cambiamenti duraturi.

In una società in continua crescita, la vera avanguardia sta nell’accettare pacificamente, una volta per tutte, che la donna non è più l’ “angelo del focolare” Dantesco, non è solo una moglie e/o una madre e, anche se lo fosse, non deve sentirsi in dovere di rinunciare alle proprie ambizioni lavorative per essere una madre migliore.

Si è madri così come si è padri, con gli stessi diritti e doveri, ma ad un uomo non viene chiesto di sacrificare la propria carriera e perché una donna, invece, dovrebbe farlo? E se non lo fa, perché viene giudicata?

Essere una donna lavoratrice comporta fatica, far fronte a tutti i pregiudizi e alle difficoltà con cui quotidianamente ci si deve confrontare è difficile e, questa società, che se ne dica, è ancora fortemente androcratica, ma le donne hanno una capacità che nessuno nel tempo è riuscito e riuscirà mai a svilire, quella di non arrendersi mai, perché ‘le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di dimostrare nulla se non la loro intelligenza’”.

Federica Festuccia, volontaria Centro Antiviolenza Angelita

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