La UIL Pensionati Lazio, tramite il suo Segretario Generale Oscar Capobianco, lancia un grido d’allarme senza precedenti sullo stato di salute del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e, in particolare, sul collasso assistenziale che sta investendo la Regione Lazio e l’area metropolitana di Roma. I dati del Sesto Rapporto GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale, pubblicati in queste ore, rappresentano in tutta la loro inequivocabile crudezza una conferma, uno schiaffo e una sfida. Una conferma di quanto il Sindacato stia denunciando da tempo relativamente al progressivo “assottigliamento” della qualità e della quantità delle prestazioni del SSN che incide negativamente sui Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Questi dati descrivono il drammatico passaggio da un servizio universalistico a un sistema basato sul censo.
“L’Italia è ultima nel G7! È il fanalino di coda per spesa sanitaria pubblica pro capite, con un valore che si attesta al 6,3% del PIL, sotto la media OCSE (7,1%) ed europea (6,9%)”, riporta Capobianco, sottolineando un gap di 43 miliardi nel finanziamento pro capite rispetto alla media dei Paesi europei. Non a caso, come UIL, da anni chiediamo ai governi in carica di attivare il MES Sanitario, che valeva 37 miliardi, risorsa con cui avremmo potuto arginare questo disavanzo. Nel Lazio e a Roma tutto questo si sta trasformando in un dramma: il 10,6% delle famiglie è in crisi per le gravi difficoltà a sostenere le spese sanitarie per mancanza di reddito disponibile, generando un drammatico fenomeno di rinuncia totale e silenziosa alle cure. Escludendo la spesa per i farmaci, il rischio relativo di impoverimento per prestazioni specialistiche e diagnostiche nel Lazio (Odds Ratio 1,08) supera la media del Paese. Nella Capitale si concentrano inoltre i tempi di attesa più lunghi della regione, alimentando una mobilità forzata e una privatizzazione strisciante intollerabile. Denunciamo da tempo come le politiche degli ultimi quindici anni abbiano scientificamente ridotto l’efficacia del servizio pubblico. Le liste d’attesa non sono un incidente organizzativo, ma un volano per la privatizzazione: chi non può attendere mesi per una risonanza o una visita oncologica a Roma si vede costretto a pagare di tasca propria nel privato o a indebitarsi. Chi non ha le risorse economiche semplicemente rinuncia, sparendo dalle statistiche e scivolando nel sottoconsumo sanitario.
Il recente decreto ministeriale del governo (DL 73/2024), emanato con toni trionfalistici prima della tornata elettorale, si sta rivelando un guscio vuoto. Senza adeguate coperture finanziarie strutturali e in un contesto di gravissima carenza di organico, si rischia di compromettere la qualità stessa delle prestazioni e accelerare la fuga dei professionisti dal pubblico. Le politiche sanitarie che spianano la strada ai colossi privati sono un danno per i più deboli: famiglie monoreddito, giovani, ma soprattutto anziani e persone fragili. Questa disuguaglianza e ingiustizia sociale va combattuta con un rifinanziamento stabile e immediato.
Chiediamo alla politica e alle istituzioni competenti di intervenire non più con parole o spot sui social media, ma con i fatti e con reali investimenti strutturali, per modificare l’attuale situazione prima che diventi irreversibile. In questa direzione si muove la proposta del Segretario Generale della UIL Pensionati, Carmelo Barbagallo, che ancora ieri tornava a chiedere al Governo di elevare dal 6,3% al 7,5% del PIL la spesa sanitaria prevista nel Bilancio dello Stato. Questa scelta, oltre a restituire ai cittadini i diritti riconosciuti dalla Costituzione, consentirebbe al nostro Paese di abbandonare l’ultima e squalificante posizione nel G7 per qualità e investimenti nel sistema sanitario. Così nella nota la UIL Pensionati