Fratelli e sorelle carissimi,
Sig. Prefetto, Sig. Sindaco, Sig. Questore,
Autorità civili e militari tutte.
Sacerdoti, religiosi e religiose,
voi tutti devoti del nostro amato Sant’Antonio, cittadine e cittadini tutti, fratelli e sorelle di altre confessioni cristiane e di altre tradizione religiose, fratelli e sorelle non credenti, la nostra Città si ritrova ogni anno convocata per la festa in onore di S. Antonio di Padova, uomo della Parola e della carità evangelica. Abbiamo camminato per le vie della città, portando tra le mani i nostri ceri e, più ancora, nel cuore, fatiche, speranze e preghiere. Non solo per noi. Questa processione è più di un rito: vuol essere l’immagine plastica di un popolo che cammina, che non si arrende, che cerca una direzione. Vorrei fermarmi un attimo facendomi provocare da un’immagine significativa usata da don Tonino Bello, il quale, richiamando il noto episodio biblico del diluvio (cf. Gen 9,1-17) pensava all’uomo contemporaneo come a Noè sulla zattera, situato “tra diluvio e arcobaleno”. Questa formula mi pare possa descrivere iperbolicamente il nostro stato interiore.
Sì, viviamo anche noi tra diluvio e arcobaleno. Forse oggi non vediamo più nemmeno la zattera su cui stiamo. Vivere nel diluvio significa guardare in faccia la realtà, senza infingimenti. Non possiamo e non dobbiamo nasconderci le criticità del nostro tempo e nemmeno del territorio che viviamo. Viviamo un’epoca di grandi transizioni e incertezze globali. Venti di guerra, crisi economiche e smarrimento antropologico interpellano la nostra coscienza personale e collettiva. Il diluvio si fa sentire anche qui, nel concreto della nostra terra. Penso all’inverno demografico che svuota i nostri borghi, alla fatica dei giovani nel trovare un lavoro dignitoso che non li costringa a fuggire, alle solitudini crescenti dei nostri anziani e alle ferite sociali che ancora faticano a rimarginarsi. C’è un senso di precarietà che spesso rischia di anestetizzare i sogni e di trasformare le legittime preoccupazioni in rassegnazione. Sant’Antonio, che nella sua vita non ha mai avuto paura di denunciare le ingiustizie e di stare vicino ai dimenticati, ci chiede oggi di non girare lo sguardo dall’altra parte.
Tuttavia, il cristiano non è l’uomo del diluvio. Lo vive anche lui con tutti i fratelli e sorelle in umanità ma è anche chiamato a guardare oltre. Questa postura non è fuga ingenua dalla realtà, né facile ottimismo. L’arcobaleno biblico è il segno della rinnovata alleanza di Dio con l’umanità, la certezza che la distruzione non avrà l’ultima parola. È l’invito a lasciarci sfidare positivamente da quel bene che, silenziosamente ma tenacemente, accade anche oggi in mezzo a noi. Oggi, nella nostra città, questo arcobaleno può essere rappresentato dai colori della cultura, del futuro e dell’innovazione. Quest’anno la nostra terra vive una stagione particolare: la vicina città de L’Aquila è Capitale Italiana della Cultura, e Rieti è inserita in questo grande progetto di rinascita e valorizzazione. Ma attenzione: la cultura non sia mai ridotta a un fatto esclusivamente intellettuale, né si esaurisca nella vetrina, pur pregevole, di grandi eventi. La cultura sia anzitutto cultura della vita saggia e sapiente. È quella sapienza del quotidiano che la nostra Valle Santa custodisce da secoli e che tutti noi – istituzioni, famiglie, scuola, comunità religiose, singoli cittadini – siamo chiamati ad apprendere continuamente e a tramandare attivamente. È la cultura dell’essenziale, del rispetto della creazione, della custodia del prossimo, della cura dei più fragili e indifesi che i nostri santuari francescani gridano al mondo col loro esserci sobrio e umile ma bello. Questa sapienza antica non è un tesoro da ammirare soltanto, ma è un fuoco vivo che deve illuminare il presente. Una cultura autentica, infatti, non fugge mai davanti al nuovo. Non si arrocca nella nostalgia, ma accetta anche la sfida dell’integrazione con i “nuovi” che arrivano sul nostro territorio.
Chi giunge a Rieti da altre storie, altre culture o altri Paesi, porta con sé un bagaglio che interroga la nostra identità, ma che la può anche arricchire. Integrare non significa assimilare e cancellare le differenze, ma camminare insieme, trovando nel rispetto reciproco e nella dignità umana il terreno comune per edificare la comunità del futuro. In questo solco sapienziale si inserisce anche la realtà preziosa dell’Università a Rieti. La presenza di nuove facoltà e nuovi corsi universitari, dei giovani studenti che giungono da tante parti d’Italia e del mondo, animano le nostre vie. La ricerca sapienziale e scientifica, soprattutto quando custodisce la nostra Magnifica Umanità (papa Leone), è un tratto fondamentale di questo arcobaleno. Essa si connette perfettamente al respiro culturale del nostro territorio, dimostrando che Rieti deve riposizionarsi per sprigionare le migliori energie, l’attrattività e l’intelligenza per rigenerarsi. I giovani che scelgono la nostra città sono un dono e una responsabilità: ci chiedono spazi, accoglienza, incontro e, naturalmente, alloggi, ma soprattutto ci chiedono di essere una comunità aperta, inclusiva e capace di futuro. La prima infrastruttura da rinsaldare è quella relazionale che deve stare a cuore a tutti! Papa Francesco ci ricordava spesso che “tutto è connesso”. Faccio solo l’esempio degli affitti: renderli spaventosi non sarebbe solo un freno per chi arriva, ma ridurrebbe anche il potere d’acquisto di tante nostre famiglie.
Rieti diventa città universitaria se fa la scelta di assumere la forma di un laboratorio civico permanente in cui si integrano e allargano gli spazi del pensare e del progettare, del vivere e dell’operare, facendo dei giovani le antenne di un rinnovamento possibile e sperato, se ci si adopera nel mettere da parte quel maledetto senso di mutua astiosità, di discredito gratuito e di sfiducia generalizzata. Accanto all’università, l’arcobaleno si manifesta nella generosità della nostra gente, nei gesti quotidiani poco visibili ma decisivi, nel volontariato che sostiene chi è fragile, nelle imprese che resistono e innovano, e nella bellezza stessa di questa devozione antoniana, figlia di quella francescana, che salda l’unione tra generazioni e territorio. Cari amici, l’arcobaleno non appare se non c’è la pioggia, ma non si vede se continuiamo a guardare solo il fango sotto i nostri piedi. Dobbiamo alzare lo sguardo. Rivolgo un appello accorato a tutte le Autorità: il tempo storico chiede di lavorare sempre più in sinergia, oltre ogni logica di parte, per dare risposte concrete alle emergenze del territorio, valorizzando queste straordinarie opportunità di rinascita. Ben venga la dialettica purché sia adulta e matura da parte di tutti per portare un frutto che sia bene per tutti. E a voi, fedeli e cittadini, dico: non lasciamoci rubare la speranza. Sant’Antonio ci insegna che la fede diventa storia quando ci si rimbocca le maniche. Camminiamo tra diluvio e arcobaleno, sì, ma camminiamo e insieme, senza paura. Accettiamo la sfida della complessità, ma lasciamoci guidare dalla luce di una fiducia più grande. Diventi questa l’ora di una rinnovata fiducia. Che il Santo della solidarietà benedica Rieti, ne custodisca le famiglie, protegga i bambini e le nuove generazioni, stia accanto ai malati e a chi arranca, moltiplichi le energie di bene in ciascuno di noi perché l’arcobaleno, a dispetto del diluvio, abbia la meglio. Buona festa di Sant’Antonio a tutti e grazie per l’ascolto.
+ Vito Piccinonna