Di seguito la lettera aperta che la signora Beatrice invia alla redazione di Rietinvetrina: “Gentile Direttore, scrivo questa lettera con un sentimento di profonda amarezza, ma anche di indignazione, perché credo che su certi argomenti non si possa e non si debba più tacere. Nei giorni scorsi ho cercato di prenotare, attraverso il servizio sanitario pubblico, tre semplici esami diagnostici: un’ecografia mammaria, un’ecografia tiroidea e un’ecografia addominale. La risposta che mi è stata data dalla ASL è stata tanto semplice quanto sconcertante: “Non c’è posto”. Non c’è posto. Tre parole che dovrebbero far riflettere tutti, soprattutto chi ha la responsabilità di garantire ai cittadini il diritto alla salute. E allora mi pongo una domanda, semplice ma terribilmente seria: chi non ha i soldi per rivolgersi alla sanità privata, come fa a curarsi?
Chi vive con una pensione modesta? Chi fatica ad arrivare alla fine del mese? Chi deve già scegliere ogni giorno a quali spese rinunciare? Deve forse rinunciare anche alla prevenzione? Deve aspettare che un piccolo problema diventi qualcosa di più grave? Deve vivere nell’ansia perché non può permettersi di pagare di tasca propria un esame medico?
Trovo tutto questo profondamente ingiusto. Abbiamo sempre considerato la sanità pubblica una delle più grandi conquiste del nostro Paese. Un diritto, non un favore. Una garanzia per tutti, non un servizio riservato a chi ha disponibilità economiche.
Eppure, di fronte a risposte come quella che ho ricevuto, viene spontaneo chiedersi che cosa stia diventando questo diritto.
Non possiamo accettare una sanità a due velocità: una per chi può pagare e ottenere rapidamente una prestazione, e un’altra per chi deve aspettare, sperare o addirittura rinunciare. Non sto chiedendo privilegi, né trattamenti di favore. Sto chiedendo ciò che dovrebbe essere normale in un Paese civile: poter effettuare gli accertamenti medici prescritti, in tempi ragionevoli, attraverso il servizio sanitario al quale tutti contribuiamo. La prevenzione non è un lusso. E la salute non può dipendere dal conto in banca. Mi rivolgo quindi, attraverso questo giornale, a chi amministra la sanità, alle istituzioni e a tutti coloro che hanno responsabilità in questo settore: è questa la sanità che vogliamo lasciare ai nostri figli e ai nostri nipoti?
Perché dietro ogni prenotazione negata non c’è soltanto un numero o una pratica amministrativa. C’è una persona, con le sue preoccupazioni, i suoi problemi e il suo diritto di essere curata.
Forse è arrivato il momento di smettere di considerare tutto questo normale. Un Paese non si misura soltanto dai suoi risultati economici o dalle grandi opere, ma anche da come si prende cura delle persone, soprattutto di quelle più fragili. Quando la possibilità di curarsi dipende dalla disponibilità economica, non è soltanto la sanità a essere in difficoltà: è il principio stesso di uguaglianza a essere messo in discussione.
E questo, sinceramente, mi preoccupa e mi amareggia profondamente. Concludo con una domanda che vorrei arrivasse forte e chiara a chi di dovere: Se per curarsi bisogna pagare, che fine ha fatto il diritto alla salute garantito dalla nostra Costituzione? Con amarezza, ma anche con la speranza che qualcosa possa finalmente cambiare. Una cittadina che crede ancora nel diritto alla salute per tutti”. Beatrice LA REDAZIONE DI RIETINVETRINA È A DISPOSIZIONE PER EVENTUALI REPLICHE


