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mercoledì 14 Ottobre 2026
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Dal punto di vista del lettore

Vicino per una manciata di chilometri alla mondanità, ma al tempo stesso assai lontano, ho riscoperto antichi piaceri, come quello di raccogliere conchiglie e di scovare la luna che si nasconde tra le chiome dei pini. Nella torrida estate di quest’anno, ho trovato anche un piacere nuovo e del tutto inaspettato tra le pagine del libro “Gli ultimi colori del semaforo” di Pier Luca Aguzzi. E’ l’avventura del quotidiano di Leopoldo che si illumina di gioia ed attrae sempre come le cose semplici, ma vere. La scrittrice Lia Carini affermava che quello contro la gioia è un peccato gravissimo, perché impedisce di apprezzare appieno la bellezza della vita. E’ il tedio dell’esistenza, l’accidia di cui parla Dante nella Divina Commedia, dove i pigri, gli indolenti, che non seppero trarre profitto del dono della vita, sono puniti nel V cerchio dell’Inferno e nella IV cornice del Purgatorio. Non è solo la tradizione cristiana ad invitarci a non essere apatici nella vita e a ricercare il vero bene ed il bello con cui si identifica, ma anche la stessa civiltà classica, da cui deriviamo, trovava nel kalòs kai agathòs (bello e buono) un valore da perseguire. Leopoldo, eroe positivo in un mondo troppo spesso incline al pessimismo, ci accompagna nel suo itinerario di gioia, dove tutto diventa motivo di divino stupore. Anche la natura in tempesta viene colta nella sua magia, in una sinergia sensoriale che coinvolge olfatto, udito, vista. E così Leopoldo assapora il profumo della terra bagnata, il rumore della pioggia, le cui gocce sembrano cristalli che si posano sui fiori, per poi cadere pesanti e trasparenti. La leggerezza con cui Leopoldo vive nel suo Eden si infrange in occasione del funerale della signora Franca, diventata una presenza importante nella sua vita, al di là dei legami parentali. L’Eden diventa allora il Paradiso Perduto, mentre prendono consistenza paure ataviche, come quella della morte esorcizzata, ma mai interamente vinta. E se la morte fosse luce? Si domanda Leopoldo che si avvia sui sentieri della speculazione e degli interrogativi importanti, differiti ma sempre pronti a tornare quando qualcosa ci turba nel più profondo. E’ allora che la frenesia del vivere si allenta e Leopoldo, come molti personaggi pirandelliani, cerca la sua verità davanti ad uno specchio che rifletta la sua immagine, i cambiamenti che il tempo ha impresso sul suo volto e con rimpianto torna ai momenti che sono passati troppo in fretta e che invece avrebbe voluto assaporare meglio. Anche le città stanno cambiando, vittime della moda, della modernità, delle giunte comunali. La malinconia cede poi il passo alla leggerezza quando Leopoldo affonda in una tazza di latte e caffè una dorata ciambella, la cui forma richiama l’immagine di una rotatoria, che prende piede nelle città, a sostituzione del vecchio semaforo. Due scelte urbanistiche diverse e due contrapposte filosofie di vita: da una parte il bisogno di fermarsi, anche se per pochi attimi, dall’altra la frenesia del vivere. Questa riflessione si presenta come un’occasione per ripensare la vita, la vita vera, che Leopoldo cerca di vivere nelle sue dimensioni più importanti: vita interiore, della mente, dei pensieri, dei ricordi, delle aspettative; vita affettiva nel sentimento profondo e delicato che lo lega ad Azzurra, sublimato in vera poesia; vita di relazione con gli altri con cui condividere un ideale, un progetto; vita con la natura, di cui assapora tutta la bellezza. Rifuggendo dalla scorciatoia consolatoria di una vita parallela, dalla inquietante compagnia che questa rivoluzione digitale ci può offrire, Leopoldo si incammina per cercare all’interno dell’umano le soluzioni, la sua verità. Buona strada Leopoldo.
Maria Grazia Carrozzoni

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