La Puntidivista ci presenta il Wefly Team

Domenica 3 luglio Torino, Centenario dell’Aero Club di Torino.
Tanti aerei tutti insieme non li avevo mai visti, soprattutto così da vicino. Non immaginavo nemmeno tante persone accalcate, neanche fossimo a un concerto e tutto per vedere degli aerei che fanno acrobazie. Mi aggiro e scatto foto a tutto quello che ha due ali… uno in particolare colpisce la mia attenzione. È un ultraleggero, Texan per la precisione, prodotto in Italia dalla Flysinthesys; è quello che sto cercando, o meglio è il mezzo del pilota che cerco.
Mi guardo intorno, abbiamo un appuntamento. Alla fine lo trovo allo stand dell’Aeronautica Militare. Marco ha i capelli lunghi, questa è la prima cosa che noto, la seconda che ha una tuta fantastica che, è il secondo pensiero, raggiunge i 4.000 gradi, visto che fuori ne fanno 38; solo dopo noto la carrozzina. Ho preparato un’intervista formale, per cui tiro fuori il quadernino su cui avevo preparato 10 domande e mi presento.
Mi siedo accanto a lui, ha in mano Il Manuale del piccolo aviatore, lo gira e lo rigira ed escalma: “è una figata pazzesca, chapeau, state facendo un lavoro fantastico!”
Pochi secondi e dimentico il quaderno, le domande, i suoi colleghi, i piloti dell’Aeronautica Militare… persino gli aerei che mi volano sulla testa. Lo guardo e lascio che parli, posso solo ascoltare. Inizia a raccontare e tutto si sospende, la mia collega si siede per terra e i nostri sei occhi si fermano per un tempo illimitato che non so, dopo due giorni, ancora calcolare.
Marco Cherubini è nato nel 1973, vive in provincia di Brescia ed è un pilota di aerei.
Fin qui niente di eccezionale, poi viene il bello. Ha conseguito tutte le abilitazioni del Vds (Volo da Diporto e sportivo, ndr) biposto, avanzato, fonia e volo in formazione e ha iniziato l’addestramento per la Licenza di pilota privato di velivolo; sarà il primo disabile in assoluto a conseguirla in Italia.
Ho fatto i compiti a casa e so tutto o quasi. Provo a fare delle domande, magari recuperando qualcosa dei miei appunti, ma niente da fare, Marco è un fiume in piena. Solo ad un certo punto si inserisce il Tenente Colonnello Stefano Cosci, direttore responsabile della Rivista Aeronautica per spiegare il progetto “Il Manuale del piccolo aviatore”. Lo ascolta con attenzione, poi si gira verso me che nel frattempo gli sto mostrando le copie per bambini ciechi, ipovedenti, dislessici, autistici e sordi curate dalla Puntidivista. Mi guarda con gli occhi e la bocca spalancata. Sembra un bambino.
Gli spiego perché facciamo questo mestiere e del lavoro enorme fatto dalla Redazione della Rivista Aeronautica, della sinergia e disponibilità di tutta l’Aeronautica Militare a cambiare prospettiva e rivolgersi ai bambini, a tutti i bambini, perché per noi vale l’idea che “Il cielo è di tutti”.
Marco ride, mi sa che questa frase che ripeto da mesi come un mantra e per cui qualcuno comincia a prendermi in giro, fa ancora effetto.
Allora senza giri di parole comincia a raccontarmi la sua vita.
“Quando avevo 13 anni volevo solo lavorare e non volevo studiare. Mi ero stufato di avere le cose dei miei fratelli, la bici di mio fratello, il motorino di mio fratello, volevo le mie cose. Mio padre mi disse che me lo dovevo guadagnare e allora sono andato a lavorare. Mi sono fatto l’estate in montagna a fare il pastore, il mestiere più bello del mondo. Prendevo un mucchio di soldi e mi sono comprato il motorino.
I miei avevano la terra e mi piacevano i trattori, lavoravo come un matto per poi uscire con gli amici e divertirmi. Non facevo sport, non studiavo. Adesso vado nelle scuole e parlo con i bambini, o meglio io li chiamo bambini ma sono grandi, fanno le medie e le superiori e gli dico che devono studiare, imparare le lingue. “
Lo interrompo dicendogli che anche noi andiamo nelle scuole per spiegare e raccontare ai bambini più piccoli le disabilità, facendoli giocare e insegnando loro il rispetto per queste realtà, ma che fatichiamo tanto, soprattutto con chi pensa ancora che siano problemi di chi il disabile ce l’ha in casa o di chi vive personalmente il disagio. Gli spiego che cerchiamo di dare dignità al diritto di conoscere, divertirsi, imparare, sognare. Per questo è nato il ‘Manuale’, perché è il desiderio di tutti i bambini fare il pilota e volare è il sogno archetipico di tutti gli esseri umani dall’inizio della storia.
Mi risponde, più serio adesso.
“Ho cercato da subito di essere indipendente, ho voluto andare a vivere da solo, guido, la mattina mi alzo, mi lavo la faccia e non vedo un disabile, mi ricordo di esserlo quando in giro fatico a muovermi, trovo le barriere per la carrozzina, ma nonostante avessi 22 anni quando mi è successo non mi sono mai chiuso in casa a digitare sul mio pc. Questo è il più grande errore che un disabile può fare. Vado a lavorare, faccio il liutaio e costruisco chitarre dal lunedì al venerdì, il weekend seguo le mie passioni, il volo e lo sci, insomma lavoro tutta la settimana per pagare questa passione costosa, ma mi sveglio la mattina e mi alzo pensando ad un sogno, a uno scopo. Ho il mio aereo in un aeroporto, arrivo lì da solo, prendo il veivolo, lo tiro fuori dall’hangar, carico i miei bagagli e sono indipendente”.
Gli chiedo dell’incidente, se gli va di parlarmene, deve esserci abituato. Comincia da quella sera, una come tante con gli amici a ballare.
“Avevo 22 anni e mi piaceva uscire con gli amici, avevamo fatto serata, loro hanno insistito per andare a fare colazione, ma ho detto: io vado a casa sono cotto. E sono andato. Ad un certo punto ho detto ma vaffanbrodo, mi sono girato per andare a fare colazione. Mi sono schiantato. Due anni di ospedale e cure, poi alla fine ho capito. Mi sono ingegnato per ritornare sui trattori, avevo messo una corda per tirarmi su e usavo un bastone ma poi non è andata. Allora ho cominciato a fare il liutaio”.
Ripenso che una serata così l’abbiamo passata tutti, che anche io ho spesso cambiato idea all’ultimo, ho cambiato strada o fatto inversione per tornare indietro. Mi pare di dover riempire il silenzio che tutto ad un tratto si è creato, ma è ancora lui a parlare.
“Allora ho capito che non avevo un titolo di studio, non sapevo le lingue, non avevo mai fatto sport. Così ho cominciato a voler far tutto. Ho cominciato a sciare e sulle piste ho conosciuto Alessandro Paleri.“
Alessandro Paleri è il leader della formazione, è un ingegnere aerospaziale, laureato al Politecnico di Milano. È disabile dal 1987 a causa di un tuffo in piscina in seguito al quale, urtando sul fondale, si frattura la VI vertebra cervicale, con esito definitivo: Tetraplegia.
Da sempre è un atleta impegnato, pratica il tennis, le immersioni, lo sci alpino (è uno dei pochissimi formatori e dimostratori di sci per la categoria “sitting” – seduti del Comitato Paralimpico Italiano) e poi il volo, dal 1999.
Marco non dice che anche lui è un formatore e dimostratore di sci alpino per la categoria “sitting” – seduti  per persone disabili, ma solo che a un certo punto lo stimolo di superare i propri (e per me di chiunque) limiti lo spingono verso l’estremo, il volo.
Con Alessandro inizia a volare. Frequenta la scuola di Erich Kustatscher a Caposile (Ve) e nel 2006 consegue l’attestato per il volo Vds (volo da diporto e sportivo). Nell’estate 2007 si unisce ad Alessandro e Fulvio Gamba per costituire il WeFly Team.
“Non mi bastava niente e dopo aver conosciuto Alessandro ho voluto volare. Il Wefly Team porta ovunque proprio questo messaggio: volare si può! Quando vado nelle scuole questo rimane ai ragazzi e se all’inizio non mi ascoltano o sembrano poco interessati non me ne preoccupo, racconto la mia storia e quello che faccio. Quando finisco trovo tutti che mi guardano e la soddisfazione più grande è sentire: wow! Mi chiamano da tutte le scuole d’Italia e dove posso vado.”
Lo provoco: gli chiedo se non sia il fatto di essere un pilota a rendere più facile o più interessante la sua storia o il fatto di avere tutte le porte aperte. Sorride e, approfittando un pò della situazione, mi dice che non è stato facile diventare pilota in Italia, ma che lui non ha mai smesso di insistere. Lui fa così con tutto. Non perde mai di vista il suo obiettivo e i suoi desideri. Non è una star, ma i bambini lo guardano come se lo fosse.
Che cosa, secondo lui, dovrebbe fare un disabile che vive invece la condizione di escluso e isolato, perché sono tanti.
“Non rimanere in casa chiuso a scrivere al proprio pc, ma di credere nei propri sogni, ma questo lo deve fare chiunque, dal canto nostro abbiamo organizzato “Pilota per un giorno”, un’iniziativa che consiste nel dare la possibilità ai disabili di volare con noi, di provare ad essere loro piloti per qualche minuto. La scuola è a Cremona.”
Parliamo di scuola e cultura, vorrebbe modificare i piani di studio perché i libri sono pesanti e in questo mi sembra che il ragazzo che ha lasciato la scuola per lavorare e divertirsi non se ne sia mai andato del tutto. Per lui andrebbero tutti strutturati come “Il Manuale del piccolo aviatore”, dando ai ragazzi le informazioni sulle cose che li interessano, sviluppando ciò che li appassiona. Non concordo su tutto ma starei ad ascoltarlo per ore, ma Pino Di Feo  (il PR del team) e Marco Tricarico (fotografo ufficiale del Team) lo richiamano all’ordine.
Gli rubo la promessa di venire a Rieti per parlare alle nostre scuole, mi sorprende ancora chiedendo a me di autografare la sua copia de “Il Manuale del piccolo aviatore”. Questo è Marco, si stupisce e si appassiona di tutto, sarà per questo che Samantha Cristoforetti ha voluto essere la loro madrina e ha portato con sé in missione la bandiera con la scritta: We Fly! Con Futura – osa volare.
E sempre per questo, quando usciamo per fare le foto in mezzo al pubblico e i bambini si accalcano, lui sembra trovarsi perfettamente a suo agio, forse come quando vola. Quando Marco, Alessandro e tutto il Wefly Team volano e fanno le loro acrobazie pensi solo che è spettacolare, suggestivo, fenomenale, ma a me, che di aerei sto appena iniziando a imparare qualcosa, quello che ha tolto il fiato è stato capire che Marco e Alessandro non hanno scelto il loro limite, ma lo hanno superato. Quelli che ogni giorno, invece, ci creiamo da soli sono così inficianti e invalidanti da renderci immobili, passivi.
Ho visto un uomo in carrozzina volare, ma non è stato quello a farmi effetto. Sapere che lo fa per convincere proprio tutti, che Volare si può, beh questo mi ha fatto stare bene.
Il WeFly Team è, ad oggi, l’unica pattuglia aerea al mondo su ultraleggeri in cui 2 dei 3 piloti sono disabili. Non solo, gestiscono in completa autonomia l’aereo, sia a terra per la normale manutenzione giornaliera, compreso il rifornimento di carburante o l’allestimento degli effetti per il display, sia in volo, emozionando il pubblico che assiste allo show.
Oggi il WeFly Team è in linea di volo con 3 aerei Texan dotati di sistemi di fumi bianchi e colorati. Il Team vola con un display di circa 15 minuti, in cui i piloti eseguono una danza sincronizzata dei 3 velivoli utilizzando un spazio molto stretto e non allontanandosi mai dal pubblico, sempre alla ricerca di precisione e armonia.
Uno spettacolo nello spettacolo, a conferma che “Il cielo è di tutti”… basta alzare lo sguardo.
Benedetta Bellucci
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